Incerti si nasce

Si sapeva già da prima che Lorenzo il Magnifico scrivesse “di doman non c’è certezza” che noi umani tutto non possiamo prevedere, che spesso i nostri piani si sgretolano sotto l’azione dell’imprevisto e di tutto ciò che non siamo in grado di controllare.

Per tale motivo sono nate schiere di specialisti con l’unico compito di avvicinare il più possibile l’ago della probabilità alla certezza assoluta. E c’è da immaginare che siano stati professionisti ben pagati quelli che hanno infuso nell’opinione pubblica l’idea che la Brexit non si sarebbe mai verificata, che la Gran Bretagna non sarebbe mai uscita dall’Unione Europea. E, ora, che a Donald Trump non sarebbe mai stato permesso di diventare il 45° Presidente degli USA, l’uomo più potente del mondo. Eppure, nell’incertezza, si sono verificate entrambe le ipotesi, forse perché le previsioni si sono fatte coincidere con le speranze (o con gli interessi) di chi le aveva fatte. Almeno in parte, perché tutto è accaduto per un insieme di concause. Ma non dovrebbe funzionare così.

Ovviamente, il Trump Presidente ha destato ancora più clamore della Brexit, e di certo una preoccupazione ben maggiore. Basta ricordare la quindicina (più o meno) di stati americani ancora “incerti” alla vigilia dell’Election Day che malgrado tutto non sono stati sufficienti a far suonare l’allarme. Un incerto al quadrato che ha portato al verificarsi dell’inaccettabile. È così che ci coglie lo smarrimento, dall’illusione del certo.

E che dire di noi italiani che viviamo tra le nostre incertezze e in una più grande, l’incertezza nazionale in cui siamo piombati con la crisi economica dal 2008? Sono già otto anni che fatichiamo più di prima a vederci un futuro, non solo per noi, ma anche per i nostri figli e per i nostri nipoti, perché non ci sono dubbi che cosa lunga è. E poi non sappiamo se manterremo il lavoro, o se lo ritroveremo; se arriveremo a fine mese o dovremo chiedere aiuto a qualcuno per arrivarci. E pensate ai terremotati che non sanno se un giorno ritorneranno a vivere nelle loro terre e quando avverrà; ma, ora, se la terra ancora scuoterà le sue fondamenta e loro che fine faranno nell’immediato futuro, dopo aver perso tutto. Chi di dovere manterrà le promesse? Fino a giungere alla incertezza sulla crisi: il peggio è già passato o deve ancora venire? Come ci fosse una coltre di nebbia a impedirci di vederne la fine verso un ipotetico orizzonte, perché nel mondo globalizzato e interconnesso tutto ci riguarda e ha delle conseguenze. Proprio come vuole la teoria dell’«effetto farfalla», secondo cui il minimo battito delle sue ali può essere in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo. E cosa c’è di più effimero di una farfalla? Come dire che un’azione quasi impercettibile, come un battito d’ali, può causare qualcosa di inaspettato, innescando processi a catena impensabili.

Ma l’incertezza è anche lo strumento decisivo per il controllo del potere, come scrive Raimondo Galvano sul sito dell’Istituto di Politica, quando sottolinea l’attualità del pensiero del sociologo francese Michel Crozier, scomparso tre anni fa:

egli afferma che quello che gli individui fanno all’interno di un’organizzazione è creare incertezza: non importa la gerarchia interna dato che, anche chi si trovi alla base della piramide, se riesce a creare incertezza, ha potere. Di contro, chi subisce l’incertezza si trova disarmato, privo di mezzi, non sapendo come reagire e verrà sopraffatto.

E cita un altro sociologo, il novantenne Zygmunt Baumann, secondo cui

la società è passata dallo stato solido all’era moderna definita liquida composta da legami deboli, informali, facilmente adattabili senza preavviso in un mondo in rapido movimento, in continua trasformazione, vago, incerto e ambiguo.

E a questo punto forse sono bastate poche righe a far aumentare in voi l’inquietudine e la sensazione di vulnerabilità, e sì, l’incertezza, ma non è questo lo scopo.

Lo è forse trovare un senso in uno stato, all’apparenza sgradevole, che appartiene non solo alla società attuale, ma alla nostra stessa natura, e alla Natura. A prescindere dall’errare umano, dalla superbia dell’uomo che spesso ne offusca il giudizio e ne restringe la visuale, e dall’inganno che cambia la stessa visuale.

In realtà, l’incertezza è nostra compagna di viaggio, come scrive Carlo Rovelli nell’inserto culturale del Corriere della Sera (La Lettura del 06.11.2016, pp. 10-11), dove rivela che il dibattito internazionale si sta orientando verso il pensiero di un matematico e filosofo italiano del secolo scorso poco conosciuto in patria, Bruno de Finetti, che individua la natura del nostro sapere e, nonostante la mancanza di certezze assolute sul mondo, ritiene che esso possa comunque crescere in modo rigoroso e credibile, e convergere su convinzioni giustificate e condivise. Il succo del discorso è che l’incertezza è possibile diminuirla ma resta ineliminabile. Non solo. Rovelli sostiene:

È lei che rende la vita interessante, è lei che ci porta l’inaspettato. È lei che ci permette di restare aperti a conoscere di più. Siamo limitati e mortali, accettando la limitatezza della nostra conoscenza, possiamo imparare, e trovare il fondamento per questa conoscenza. Che non è la certezza: è l’affidabilità.

È una questione di termini a fare la differenza.

Quindi, niente allarmismi. Evitiamo di cadere nella trappola di chi vuol esasperare i toni, per farci sentire più insicuri, più impauriti, così da divenire facili prede di chi vanta certezze per i propri fini.

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