Una cospirazione di stregoni

Le venne un odio inestinguibile per la parola «morto», come se bastasse pronunciarla per causare la morte di una persona, come se la morte fosse sempre provocata da un agente esterno, come nel caso dell’agnello. Nella testa di María c’era una contraddizione e una lotta, da un lato pensava che quelli che ti dicono è morto tuo padre mentono; ma pensava anche che quelli che dicono è morto fanno morire la gente. Questa contraddizione si era in parte sciolta quando aveva visto da lontano gli uomini delle pompe funebri, tutti vestiti di nero, con un odore di morte dalla testa ai piedi. Portavano una bara e due orrende colonne di metallo, che scintillavano al sole e le erano sembrate arredi per una recita a teatro. Più che la bara la impressionavano quelle colonne di metallo, come se quella gente le usasse per giocare ad ammazzare Non si formava un’idea definita: erano immagini che cambiavano e si susseguivano. Quello che ricavò da tutto quanto fu che era in atto una cospirazione di stregoni e che gli abitanti della casa, se non erano stregoni anche loro, quanto meno erano complici degli stregoni di fuori; nel presente caso, quelli delle pompe funebri. Lo dimostrava il fatto che quelli delle pompe funebri giravano tranquilli per le stanze, prendevano e posavano cose, entravano e uscivano, spostavano mobili. Evidentemente avevano un potere che lei si guardava bene dall’affrontare ritirandosi in giardino, perché poteva venire un’esplosione. Come mai avevano tutto quel potere, neanche fosse casa loro? Qualcuno doveva avergli dato un permesso. Lo stesso permesso che avevano dato all’uomo che aveva ammazzato l’agnello e se l’era portato via. Chi gli aveva dato il permesso? Tutte cose che servivano solo a tormentare lei e Nidia, che lei la bambina l’aveva sentita piangere di notte. Tutte cose fatte apposta. Dal canto suo Nidia non aveva il minimo dubbio che suo nonno, presenza o assenza misteriosa, era morto come l’agnello; non la finiva più di piangere. Allora Teresa l’aveva portata a casa della zia Carolina e l’aveva lasciata lì. Vedendo questo, María si era allarmata ancora di più: dove va quella donna con la bambina, adesso, scalciante e piangente? E non l’aveva più pensata come «Teresa» e nemmeno come «francamente» o «appunto». Pensava a lei come a «quella donna».

Traslochi, Hebe Uhart
Calabuig 2015

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