Ma che vivere e vivere

Non aveva mai creduto che suo fratello potesse fare quella cosa tremenda; o meglio, ci aveva creduto e non ci aveva creduto, ma solo adesso, dopo, sapeva che ci aveva creduto e non ci aveva creduto. Si ricordava ancora la sua fronte ferita e quello che aveva detto prima di morire:
«Promettimi che non farai mai quello che ho fatto io».
Piangeva pentito e diceva «voglio vivere». E lui piangendo gli diceva di sì, che sarebbe vissuto. «Ma che vivere e vivere» pensava il padre. Ultimamente non c’era sera che non lo visitasse quel pensiero – suo fratello era morto di sera – che gli toglieva il fiato, ma anche a non lasciarlo venir fuori gli faceva male: quel pensiero gli faceva male come cercare di fuggirlo; se lo fuggiva si ritrovava davanti al niente, se lo lasciava venire, si creava una specie di equilibrio malsano, che però era pur sempre un equilibrio. Dall’immagine del suicidio passava a ragionare su quanto poco vale un essere umano e la sua vita: una merda, niente. Cos’era diventato lui? Un vecchio malato e asmatico. Non si ricordava più, e nemmeno voleva ricordarsene, di tutti quei proverbi maliziosi che lo avevano tanto divertito; non ci sono proverbi per il niente.

Traslochi, Hebe Uhart
Calabuig 2015

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