Dove non esiste il tempo

Quella notte feci un sogno.
Nel sogno ero sull’orlo di un precipizio immerso nell’oscurità. Il buio era fitto oltre ogni immaginazione, talmente denso che dava l’impressione di poterlo afferrare con le mani.
C’erano tante piccole luci di forma ellittica che volavano tutt’intorno e a volte si fermavano, sembravano delle lucciole. Rosa, blu, giallo-verdi, di colori tenui e freschi, ed era come se respirassero, perché s’ingrandivano e poi tornavano piccole, al centro emanavano più luce e verso l’esterno erano d’un bianco opalino che si propagava e le faceva apparire sovrapposte le une alle altre.
Un pensiero mi attraversò la mente.
Quelle luci erano gli esseri umani. Erano gli esseri umani nella loro vera forma.
Non saprei dire perché ne fossi così sicura. Ma lo ero. Forse il mondo degli uomini ci apparirebbe sempre così se lo guardassimo con gli occhi del cuore. Infinite luci fluttuano, si uniscono, splendono nel buio dello spazio cosmico. Dove non vi è distinzione tra la vita e la morte né tra la terra e il cielo. Dove non esiste il tempo. Ma esiste la luce. La luce intensa delle persone.
Ogni colore corrisponde a una personalità diversa, e le luci che poco alla volta si sovrappongono sono quelle che si somigliano e sono destinate a incontrarsi. I loro bordi sfiorano quelli di altre luci, caratteri ancora differenti, il che significa che tutti gli esseri umani, in qualche maniera, sono collegati gli uni con gli altri. Io, gli imprenditori che volevano portarci via la montagna, i due vicini maleodoranti dell’incendio: c’era qualcosa che ci univa tutti nello spazio in cui s’incontravano quelle decine di migliaia di luci.
A ben guardarle, riuscivo a intuire quali corrispondessero alle persone che conoscevo io. Il signor Kataoka era di un giallo intenso che ricordava il tuorlo di un uovo. Brillava grande e rotondo. Kaede, invece, era color lavanda e la sua luce era delicata. Un luccichio flebile, quasi trasparente. Shin’ichirō era verde chiaro. Una luce intermittente, separata dalle altre. La nonna splendeva di un rosso cupo. Il colore della magia della terra. Non diffondeva più di tanto la sua luce, somigliava a una stella che brilla di notte.
Quant’era bello, e lo era proprio perché quelle luci erano tutte diverse tra loro. Da quel momento in poi avrei fatto in modo di sfiorarne più che potevo. La vita è fatta di incontri e separazioni: gli incontri, in un modo o nell’altro, fanno sempre già parte di noi.

Il dolore, le ombre, la magia, Banana Yoshimoto
I Narratori, Giangiacomo Feltrinelli Editore 2014

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