Anteprima di un’apocalisse

Sono passati 30 anni dal più grave disastro nucleare della storia, ma il reattore 4 della centrale di Chernobyl pare non accorgersene. Lui brucia ancora, brucia forte.
E dire che in brevissimo tempo gli era stata costruita una tomba come a un morto, per l’esattezza un sarcofago, che non è stato solo il primo, perché il morto è più vivo che mai e ha una fame mostruosa e insaziabile: i sarcofagi se li divora uno a uno. Il primo resistette la durata di un soffio. Ora è in preparazione un megasarcofago, un gigantesco arco d’acciaio dall’ampiezza di due campi di calcio che non sarà la risoluzione finale, perché non varcherà neanche la soglia del secolo di vita.
Quando si dice: lasciare un’eredità durevole. E il ‘900 l’ha lasciata. Viva e devastante sarà un’emergenza che costituirà una minaccia per millenni.

Ma torniamo al 26 aprile 1986, in una città ucraina, sconosciuta al mondo intero ma che suo malgrado trovò il modo di passare alla storia. Fino ad allora, Chernobyl era stata un importante centro industriale e commerciale, soprattutto del XIX secolo. Il nome della città deriva da una combinazione tra čornyi (чoрний, “nero”) ebyllja (билля, “steli d’erba” o “gambi”), letteralmente “stelo d’erba nero”, un significato dal tono oscuro quasi profetico.
Quella notte era in corso un’esercitazione atta a verificare la potenza necessaria al reattore per restare attivo autonomamente in caso di black-out, per cui era previsto un test di disattivazione dei sistemi automatici di sicurezza, incluso il raffreddamento d’emergenza.
All’1,23 ci furono due esplosioni create da una concatenazione di errori di valutazione del personale incaricato che determinarono la fusione del nocciolo, l’esplosione del reattore 4 e il collasso dell’intera struttura che lo proteggeva.
Si sprigionò una nube di particelle radioattive che fu cinquecento volte superiore a quella prodotta dalle bombe di Hiroshima e Nagasaki e che contaminarono intere regioni di Ucraina, Bielorussia e Russia fino a raggiungere gran parte dell’Europa occidentale.
Fu un evento di grado 7 e, giusto per avere un’idea ancora più precisa, Greenpeace ha dichiarato che fu 10 volte più grave di Fukushima. Ufficialmente risultano contaminate 5.500.000 persone, ma si ha un numero imprecisato di morti per le radiazioni e le svariate forme di cancro che ne sono una diretta conseguenza. Il contatore dei morti è in moto perpetuo fino a un futuro lontano e imprecisato in tutte le zone in cui la nube è passata. Anche da noi, in Italia.

Ricordo ancora.
Ricordo che si prendevano precauzioni per mangiare frutta e verdura. Come se bastasse, ma era il meno peggio.
Ricordo anche che sì se ne parlava, ma non con vero clamore, con l’idea dell’enormità che era accaduta. Addirittura le autorità nascosero la notizia per diversi giorni.
Certo, non si doveva far dilagare il panico. Ma credo di più che non si volesse demonizzare il nucleare, perché c’erano ancora troppi interessi in ballo. Basta vedere che ancora oggi è argomento di discussione. E ci hanno riprovato più volte a imporcelo.
Ricordo ancora come guardavo il cielo nell’attesa di vedere arrivare la nube e come lo guardavo quando c’era ma io non la vedevo.

Oggi l’area del disastro si mostra come una landa desolata dove la natura sta cercando di riprendersi ciò che era suo. Pripyat, che un tempo contava 50.000 abitanti, è ora una città fantasma e il suo aspetto spettrale ghiaccia il sangue nelle vene. Ed è un severo monito sull’eventualità di estinzione umana in un futuro apocalittico.

La distruzione della Terra è diventato un pericolo reale. Basterebbe solo il surriscaldamento globale a mettere a repentaglio la nostra esistenza, sempre dovuto alla nostra azione parassita. Oppure, bastano le centrali nucleari che già ci sono.

No. Non è più fantascienza.

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