Non poteva lasciarla andare

Fra non molto Clarice si sarebbe svegliata e avrebbe preteso di andarsene. Avrebbe sceso le scale, indignata, premendosi la ferita con la mano sinistra, la Vogue alla menta nella destra, fumata in tono nervoso. Avrebbe gridato altre offese, difendendosi da eventuali attacchi. Lui sarebbe stato arrestato, pubblicamente accusato. I giornali lo avrebbero bollato a caratteri cubitali come rapitore.
Si sentì male: era la prima volta che passava per cattivo. Il fatto di infilare Clarice in una valigia e di portarsela a casa lo definiva un criminale? Non c’era stata premeditazione, e non chiedeva neppure un riscatto. Voleva soltanto il bene di Clarice. Il colpo sulla testa era stato un gesto inconsulto, assurdo. Ne era sinceramente pentito. Forse avrebbe dovuto dirglielo.
E se lei non lo avesse perdonato?
Non poteva abbandonare Clarice. Non poteva lasciarla andare, sebbene prevedesse la sua reazione. Anche se non si fosse rivolta alla polizia, lo avrebbe evitato in ogni modo; e questo sarebbe stato insopportabile.  L’idea di ucciderla lo sfiorò come una folata di vento, ma venne subito accantonata. Di morta, bastava già Gertrudes.
Fischiò un motivetto per impazienza o per nervosismo.
Sansão abbaiava senza posa, le lunghe zampe grattavano la porta della stanza. Lui non voleva che il cane annusasse Clarice o le valigie nascoste. Uscì dalla stanza e chiuse la porta a chiave. Legò Sansão nella stanza di servizio.
Si sciacquò la faccia in bagno. Lo stress scorreva via insieme all’acqua. Si guardò allo specchio trovandosi d’improvviso bello, come se la grazia di Clarice lo avesse contagiato. Il volto pallido aveva una bellezza diversa, in armonia con il sorriso all’angolo della bocca. Frugò tra le medicine dell’armadietto finché non trovò la confezione di Hipnolid, l’ansiolitico che prendeva sua madre per dormire.
Arrivata a casa, Patricia si sarebbe stupita che Sansão abbaiasse in quel modo. Meglio sedare il cane per farlo dormire fino al giorno dopo, quando lui avrebbe già saputo cosa fare di Clarice. Aprì la bocca del cane e gli infilò una pastiglia giù per la gola. Dieci minuti dopo Sansão era tranquillo.
Tornò in camera, ma aprì piano la porta, nell’eventualità che Clarice si fosse svegliata e stesse all’erta. pronta per aggredirlo. Subito dopo, si rimproverò per la violenza di tale idea. Mentre con lo sguardo percorreva il collo di Clarice divertendosi a contare le lentiggini, lei si mosse lievemente. Socchiuse gli occhi, con aria nauseata, e lui non seppe come reagire. Doveva chiedere scusa o mostrarsi inamovibile? Accondiscendente o dittatoriale?

Giorni perfetti, Raphael Montes
Stile Libero, Einaudi 2015

 

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