Sotto la luce pallida

Gertrudes era l’unica persona che gli piaceva. Fin dal primo momento aveva saputo che i loro incontri sarebbero stati indimenticabili. Gli altri studenti non la pensavano allo stesso modo. Non appena entravano nell’aula, le ragazze si tappavano il naso; i ragazzi cercavano di contenersi, ma il loro sguardo rivelava disagio. Téo non voleva che si accorgessero di quanto lui stava bene lì. Si avvicinava a testa bassa e passi rapidi al tavolo metallico.
Ad attenderlo, serena, c’era lei. Gertrudes.
Sotto la luce pallida, il cadavere assumeva una tonalità marroncina molto particolare, simile al cuoio. Sul carrello accanto c’erano gli strumenti per le analisi più minuziose: forbici a punta curva, pinza anatomica, pinza chirurgica e bisturi.
– Si può osservare la vena safena grande nella parte mediale del ginocchio. A mano a mano che sale lungo la coscia, la vena passa alla parte anteriore, nel terzo prossimale, – disse Téo. Sollevò il tessuto epiteliale di Gertrudes per mostrare i muscoli sezionati.
Il professore abbassò lo sguardo, rifugiandosi nel taccuino degli appunti. Aveva un’aria severa, ma Téo non ne era intimidito: l’aula di anatomia era il suo habitat. Le barelle negli angoli, i cadaveri dissezionati, le parti del corpo e gli organi nei vasetti gli davano una sensazione di libertà che non trovava in nessun altro luogo. Gli piaceva l’odore di formaldeide, i ferri nelle mani inguantate e gli piaceva avere Gertrudes sopra il tavolo.
In sua compagnia l’immaginazione non aveva limiti. Il mondo cessava di esistere e rimaneva soltanto lui. Lui e lei. Gertrudes. Le aveva scelto quel nome al primo incontro, lei con la carne ancora intatta. Il loro rapporto si era approfondito durante il semestre. A ogni nuova lezione Téo scopriva qualcosa: a Gertrudes piaceva sorprenderlo. Téo si avvicinava alla sua testa – la parte più interessante – e faceva congetture. A chi apparteneva quel corpo? Era davvero Gertrudes? Oppure aveva un nome più semplice?
Era Gertrudes. Nell’osservare la cute incisa dal bisturi, il naso sottile, le labbra color paglia, non riusciva a concepire un altro nome. Sebbene la decomposizione le avesse sottratto sembianze umane, Téo vedeva altro in quelle orbite sfigurate: vedeva gli occhi della donna incantevole che, senza dubbio, era stata. Poteva dialogare con loro quando gli altri non vedevano.

Giorni perfetti, Raphael Montes
Stile Libero, Einaudi 2015

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