Vittime del sogno amerikano 3

Proseguirono per le strade che un poco alla volta si animavano, la madre sempre lungo il muro, attraversarono un ponte, dove la madre cancellava con la mano la brina sul parapetto, e finalmente giunsero proprio in quel cantiere dove la madre doveva trovare lavoro, cosa che allora a Therese sembrò naturale, e che invece oggi non riusciva a spiegarsi. La madre non le disse se doveva aspettarla oppure andare via, e Therese interpretò il suo silenzio come un ordine di rimanere, anche perché questo era il su desiderio. Perciò si sedette sopra un mucchio di mattoni e guardò sua madre, la quale tirò fuori dal suo fagotto uno straccio colorato, e se lo legò  attorno alla testa sopra lo scialle che aveva portato tutta la notte. Therese era così stanca che non pensò neanche di aiutare la madre. Senza presentarsi nella baracca dell’assistente, come si usava, e senza chieder nulla a nessuno, la madre salì per una scala a pioli come se sapesse già il lavoro che le era stato affidato. Therese si meravigliò, perché generalmente le donne impiegate come manovali dovevano rimanere di sotto a spegnere la calce, o caricare i mattoni sui saliscendi, o fare qualche altro lavoro semplice. Pensò che sua madre volesse fare quel giorno un lavoro pagato meglio, e le sorrise mezzo addormentata. La costruzione non era molto alta, passava appena il primo piano, anche se i pali dell’armatura erano alti e si spingevano, anche se non ancora collegati da altro legname, dritti nel cielo azzurro. Di sopra sua madre girò abilmente intorno ai muratori che collocavano un mattone sull’altro, e che inspiegabilmente non le rivolsero la parola, reggendosi con la sua mano delicata ad una trave che serviva da parapetto, e Therese si meravigliava, mezzo assopita, di questa abilità e le sembrò che la madre le rivolgesse uno sguardo affettuoso. La madre era giunta camminando ad un piccolo mucchio di mattoni, dopo il quale terminava il parapetto e forse anche il ponte, ma essa non si fermò per questo, andò dritta verso il mucchio di mattoni, sembrava aver perduto tutta la sua abilità, inciampò sui mattoni e precipitò nel vuoto. Molti mattoni rotolarono giù appresso a lei, e un momento dopo si staccò anche da qualche parte una trave pesante che le rovinò addosso. L’ultimo ricordo che Therese aveva della madre, era di come teneva le gambe distese sotto la gonna a quadri che aveva portato dalla Pomerania, e di come la trave le era caduta addosso e quasi la copriva, e la gente accorreva da tutte le parti e dall’alto della costruzione un uomo arrabbiato urlava qualcosa.

Amerika
in: “Romanzi e racconti”, Franz Kafka
Gherardo Casini Editore 1988

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