Vittime del sogno amerikano 2

In molte stanze davanti alle quali erano passate, le porte erano aperte, per far uscire l’aria soffocante, e nella nebbia fumosa, che sembrava causata da un incendio, e che riempiva le stanze, appariva solo la figura di qualcuno, che si fermava nella cornice della porta, e faceva capire con la sua presenza silenziosa o con una breve e secca parola l’impossibilità di potersi rifugiare in quella stanza. Ripensandoci adesso, Therese aveva l’impressione che sua madre avesse cercato sul serio un posto soltanto nelle prime ore, perché poi da mezzanotte circa, non avevano più parlato con nessuno, sebbene non avessero cessato di girare ancora, con piccole pause, fino all’alba, e sebbene in queste case, dove non vengono mai chiusi i portoni o le porte degli appartamenti, ci sia sempre una certa animazione e si incontri qualcuno ad ogni passo. Naturalmente esse non avevano corso, durante quei giri, ma si erano trascinate avanti, con tutto lo sforzo di cui erano capaci, ma in realtà probabilmente si erano mosse molto lentamente.
Therese non sapeva se tra mezzanotte e le cinque del mattino fossero state in  venti case o in due o magari in una sola. I corridoi di queste case erano costruiti nel modo più accorto per sfruttare al massimo lo spazio, ma senza il minimo riguardo per l’orientamento, chissà quante volte erano passate nello stesso corridoio! Therese conservava un ricordo oscuro del portone di una casa nella quale si erano aggirate un’eternità e le sembrava che lasciatoselo alle spalle, si fossero poi di nuovo voltate e precipitate nello stesso portone. Per la bambina era naturalmente una sofferenza incomprensibile venire trascinata senza una parola di conforto, a volte tenuta per mano, a volte dovendosi tenere stretta alla gonna della madre e in tutta quella confusione poteva darsi una sola spiegazione, e cioè che la madre volesse abbandonarla. Per questo si teneva stretta alla gonna della madre tanto più quanto essa la teneva per mano, e per sicurezza afferrava con l’altra manina la gonna della madre e ogni tanto scoppiava a piangere. Essa non voleva essere abbandonata in mezzo a quella gente che saliva su battendo i piedi, o spuntavano dietro a loro ancora invisibili dietro alle curve della scala, o litigavano davanti a una porta nei corridoi e si spintonavano dentro la stanza. Alcuni ubriachi si aggiravano per la casa cantando con una voce rauca, e sempre la madre e Therese sfuggivano felicemente a questi gruppi che parevano chiudersi davanti a loro. Più tardi di notte, quando la gente non era più così attenta a difendere accanitamente il proprio diritto, esse avrebbero potuto entrare in uno di quei dormitori affittati da un impresario, ma Therese non poteva farlo e sua madre non voleva più riposare. Al mattino, all’inizio di una bella giornata d’inverno, si appoggiarono entrambe al muro di una casa, e forse avevano un poco dormito lì, o forse erano rimaste solo a guardare con gli occhi spalancati. Allora si resero conto che Therese aveva perso il suo fagottino, e sua madre, per punirla della sua disattenzione, cominciò a picchiarla, ma lei non sentiva i colpi, o non se ne rendeva conto.

Amerika
in: “Romanzi e racconti”, Franz Kafka
Gherardo Casini Editore 1988

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