Storia di Debbie

Al risveglio ho l’abitudine, la brutta abitudine, di prendere il cellulare sul comodino e controllare le notizie sui social. Per prima cosa, guardo le tendenze di Twitter, perché è il più aggiornato in tempo reale di ciò che accade nel mondo.
Stamattina c’era “RIP Debbie”. Mi sono chiesta chi fosse Debbie. Ho pensato all’ennesima celebrità che muore in questo anno non a caso bisestile.

Debbie, @debbiefied, era Osarere Debora Idiagbonya, una bellissima ragazza nigeriana che viveva a Washington. Il tempo al passato è dovuto perché ieri sera è morta per un cancro al seno al IV stadio. Non un volto noto, ma una ragazza che come tante altre faceva la modella. Ho voluto sapere di più su di lei, come forma di rispetto. Mi sono chiesta: “Perché non interessarsi a lei?”. Lo si deve a una persona che ha vissuto un calvario così pesante. Per amor di verità, devo precisare che è stata la sua lotta alla malattia e il suo impegno pubblico per la prevenzione a fianco della America l’African Women’s Cancer Awareness Association (AWCAA) e della ZuriWorks for Women’s Health l’hanno resa piuttosto nota in america. E a maggior ragione mi sono detta che c’era qualcosa da imparare. Così ho fatto qualche ricerca sul suo conto. Passando a random dai suoi profili Facebook, Instagram, Twitter, ho ricostruito per frammenti la sua storia, soprattutto la sua fotostoria.

Si era ammalata nel 2012 e all’inizio del 2013 era stata operata di mastectomia. Nella seconda metà del 2014 era stata registrata una remissione, poi la malattia è tornata feroce più che mai con metastasi ovunque alle ossa e al cranio, fino al triste epilogo di ieri sera dopo una serie infinita di cicli di chemioterapia che stava ancora seguendo.

L’ultima foto che ho visto su Instagram è di sei giorni fa: lei, seduta su un gradino, con la testa appoggiata a una mano, in una tuta bicolore che non riesce a celare l’ormai eccessiva magrezza. Dal commento, Debbie si stava preparando mentalmente alla seduta di chemio del giorno dopo, ma prima trascrive una canzone religiosa e cita il versetto di Marco 5:34. Sì, Debbie era una credente dalla fede incrollabile come si deduce anche dalla frase che anticipa la citazione: “HE is risen an so shall I rise and be free from my plague”. No, non si è mai arresa al male fino all’ultimo momento.

Quando si soffre, può accadere di lasciarsi andare allo scoramento e di ritenere la cura estetica di sé del tutto inutile, come quando si perdono i capelli a causa della chemio o si affronta una mastectomia. Invece Debbie era sempre ben vestita e ben truccata;.ha lottato come una guerriera con il sorriso sulle labbra e ha voluto che la sua lotta diventasse impegno per evitare che altre donne si ammalassero. Come non notare il sorriso ancora più luminoso del periodo in cui il male è stato in remissione. Quanta speranza concreta deve aver avuto di sconfiggere il cancro! Eppure lui è tornato più forte di prima e l’ha devastata fino a ucciderla nel corpo, ma non nell’anima.

Era forte Debbie, tanto forte. E non posso fare a meno di pensare come avrei reagito io nella sua condizione. Da donna, è consequenziale. Così ho ricordato che solo lo scorso anno ho ricominciato a fare il pap test, dopo un vuoto di circa vent’anni, e la mammografia l’ho fatta per la prima volta cinque anni fa. E me ne vergogno. Sono stata fortunata in tutti quegli anni in cui evitavo ogni tipo di controllo per il timore che il male si materializzasse al momento delle analisi. Una paura irrazionale e irresponsabile che mi ha messo nel pericolo di vederlo comparire all’improvviso, quando era troppo tardi. Eppure sento ancora troppe donne con una paura simile che continuano a rifiutare di fare gli esami, come se questo le preservasse la salute. Non accettare la realtà o quella che potrebbe essere tale, rende dopo tutto più difficile e doloroso, con il peso dei sensi di colpa per non aver fatto nulla prima. Qualcuno forse ha accusato Debbie di questo, perché ho letto un suo commento su Twitter, datato 4 febbraio, di malcelata rabbia (del tutto giustificata): “Ajibade Najeem! It is never my wish to have cancer.None of my family member has it.I’m just 1 out of 4 young ladies that will encounter it.”. Già, perché c’è anche questo. Molte donne pensano di non essere a rischio, perché nelle loro famiglie nessuno lo ha avuto. Ma si può essere le prime.

Quindi, la morte di Debbie è un messaggio che si impone con violenza e non può essere ignorato.
Il cancro al seno non guarda in faccia a nessuno, non permette che lo si ignori.
E sì, ancora si muore.

Osarere Debora Idiagbonya

Debbie,
Che la terra ti sia lieve

#RIPDebbie

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