L’attesa del pettirosso

So quando arrivi.
E ti aspetto.
Sei regolare nelle tue visite.

Mi accorgo, sai, che appena scesa dalla macchina tendi l’orecchio per udire il mio canto di benvenuto. E vedo i tuoi occhi roteare come a seguire un volo immaginario per cercarmi sui rami, mentre i gatti ti si strusciano sulle gambe e ti chiamano come bambini impazienti.

Ti chini su di loro, li accarezzi; poi vai alla borsa che tuo padre ha appoggiato sulle cassette, tiri fuori un sacchetto grande, e distribuisci equamente il cibo. Ritorni alla borsa e prendi un altro sacchetto più piccolo: il mio. Ti accerti che i gatti siano impegnati a mangiare e ti dirigi verso il melograno.

Ed è in questo momento che io volo da te. Vedo il tuo sorriso felice che mi accoglie. Mi parli, versando i pezzettini di carne nel contenitore bianco che hai incastrato tra i rami per me.

Io cinguetto, saltello da un ramo all’altro, e infine mi appoggio sulla rete per lasciarti terminare tranquilla il tuo compito.
Quando te ne vai ti volti sempre a guardarmi scendere e becchettare nella ciotola.

Cerchi spesso di fotografarmi, ma fatichi a inquadrarmi.
Mi confondo tra i colori dei rami e dei mattoni rossi della casa dietro.

Sono veloce come un pensiero e peso quanto la tua anima.
Sono effimero come un sogno.

E, a breve, sarò il ricordo amato di questo inverno che volge al termine.

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